Non sapevo cosa aspettarmi da questa città, avevo pareri contrastanti. Malé è una città di passaggio, è la tappa obbligatoria per raggiungere qualche isolotto incontaminato, ma vale la pena una visita più approfondita.
Malé completa il viaggio maldiviano con la vivacità, la confusione e il folclore di una città. Il “centro” è piccolissimo e in una mattina lo si gira praticamente tutto.
Inizialmente questa tappa non era prevista nel nostro programma di viaggio: abbiamo avuto la fortuna di non avere la giusta coincidenza tra barca e aereo, quindi abbiamo trascorso una giornata nella capitale, passando drasticamente dal silenzio di Hangnaameedhoo, alla confusione di Malé.

Non facciamo in tempo a scendere dalla barca che veniamo letteralmente “accalappiate” da un ragazzo maldiviano che masticava poco l’italiano. Si è offerto per tenerci le valige nel suo “shop” di souvenir in cambio di una visita al negozio. Ci siamo fidate e abbiamo accettato l’offerta, perché in viaggio si fa così. Il ragazzo è stato gentilissimo, ci ha indicato i punti di maggior interesse della città e alla fine ci ha anche chiamato un taxi per il trasferimento in aeroporto.
Abbiamo visitato la casa del presidente, la più antica moschea dell’isola, il cimitero, il mercato locale e il mercato del pesce, abbiamo passeggiato sulla via che costeggia il porto e ci siamo sedute sui muretti della piazza centrale, ad osservare la quotidianità dei maldiviani.

Purtroppo abbiamo visitato la capitale di venerdì e per loro è giorno di festa. Tante attività commerciali erano chiuse, d’altro canto ci ha permesso di vivere il momento della preghiera islamica.

La moschea brillava ai raggi del sole ed era pronta per accogliere i fedeli. Da mezzogiorno tutto (ma proprio tutto) ha iniziato a chiudere: ristoranti, negozi, bar ecc.. è ora di pregare! Ci avevano detto che all’ora di pranzo non avremmo trovato nulla di aperto, ma non avevo capito bene.
Alcune vie del centro sono state chiuse e in poco tempo sono diventate un enorme parcheggio per una miriade di motorini. Eravamo le uniche occidentali sedute ai lati della piazza. La voce del muezzin rimbombava da ogni parte, uomini e bambini arrivavano con il tappeto sotto il braccio e un’infinità di scarpe erano posizionate all’ingresso della moschea. Nonostante la miriade di persone, nella piazza regnava il silenzio.
Avrei scattato mille fotografie, ma per rispetto sono stata ferma ad osservare (e ad aspettare che riaprissero i ristoranti per pranzare).
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