Gli Himba sono un’etnia semi nomade che abita il nord della Namibia. Nonostante la vicinanza alla modernità, sono uno dei pochi popoli al mondo, che hanno saputo mantenere intatto il proprio stile di vita ancestrale.
Abbiamo cercato di entrare in contatto con loro in maniera più etica possibile, cercando di non alimentare quel tipo di turismo che offre solo denaro in cambio di qualche foto.
Abbiamo scelto un villaggio che non sia uno “zoo umano”, ma che incontri le persone con lo scopo di preservare e condividere la cultura Himba.
Omapaha Etosha Himba Village è il nome del villaggio che abbiamo visitato. Si trova poco distante dall’Anderson Gate del parco Etosha.

All’arrivo è richiesto il pagamento di una somma di denaro; serve per il sostentamento della popolazione e per preservare questa cultura sempre più fragile e preziosa.
Ci si avvicina alle capanne accompagnati da una guida (membro del villaggio) che parla inglese. La sua presenza è fondamentale, perché non solo condivide importanti nozioni, ma funge da interprete tra noi e gli abitanti.
La visita dura circa un’ora.
L’Omapaha Etosha Himba Village si prende cura di alcuni bambini orfani. Inoltre gestisce e finanzia la scuola primaria del villaggio.

Tutte le info al sito ufficiale https://www.omapaha.com/
In passato gli Himba furono costretti a migrare in Angola, per cercare condizioni di vita migliori (più bestiame e meno siccità). Quando fecero ritorno in Namibia trovarono il contesto cambiato; i colonizzatori tedeschi avevano imposto la loro cultura e di conseguenza il loro stile di vita. Le altre tribù della zona (popolo Herero) piano piano si convertirono agli usi e ai costumi europei.
Gli Himba si rifiutarono e continuarono a vivere secondo le loro tradizioni.
Le donne rappresentano il tratto distintivo di questa etnia.
Si cospargono la pelle di ocra, donando al proprio corpo un colore caldo e omogeneo. Non lo fanno solo per estetica, ma si proteggono dal sole e dalla puntura degli insetti. Anche le ciocche dei capelli sono unite da questa mistura rossa chiamata “otjize”.
Il loro fisico prorompente è coperto soltanto da una mini gonna in pelle di animale, adornata con oggetti di metallo e conchiglie. Ai piedi indossano appariscenti cavigliere per proteggersi dai morsi dei serpenti.
Sono donne bellissime.

Adornano il corpo con enormi collane, extension per capelli, accessori da mettere in testa e oggetti di metallo; ognuno ha un significato ben preciso. Si evince il numero di figli dalle aste presenti sulle cavigliere.
La donna oltre ad essere lo status symbol della cultura Himba, svolge un ruolo fondamentale all’interno del villaggio. Non solo si occupa dei bambini e delle risorse alimentari, ma contribuisce alla costruzione delle capanne, realizzate con terra, rami e sterco di animali.

Gli uomini invece hanno un aspetto più tradizionale, non lontano da quello europeo. Si occupano del bestiame e portano le capre al pascolo.
I villaggi Himba sono caratterizzati da capanne dislocate in forma circolare. Al centro brucia ininterrottamente il fuoco sacro: simboleggia la connessione con l’aldilà. Non viene mai spento e il costante controllo spetta alla donna più anziana.
La religione è animista: credono negli antenati e cercano connessioni con loro nei luoghi sacri.
Quando siamo arrivati al villaggio ci hanno salutato nella loro lingua. Ovviamente erano presenti solo le donne. Cucinavano il porridge (un composto simile alla polenta) e realizzavano piccoli accessori di bigiotteria, da vendere successivamente ai visitatori. Anche questo è fonte di sostentamento per il villaggio.

I bambini piccoli giocavano in prossimità delle capanne, i più grandi erano a lezione nella scuola accanto.

Per il popolo Himba il tempo si calcola in base agli eventi significativi (non esistono gli anni).
E mentre noi eravamo meravigliati dal modo diverso di contare l’età, d’altro canto loro erano stupiti dal fatto che non fossimo sposati. Differenti punti di vista in connessione.
Nei villaggi Himba non è presente né l’energia elettrica, né quella idrica. L’acqua è utilizzata solo per il bestiame e per cucinare.
Per l’igiene del corpo (e dell’abbigliamento) utilizzano l’aroma dell’affumicatura.

Abbiamo avuto la fortuna di poter entrare all’interno della capanna più grande (l’unica con un pilastro in legno al centro).
Ovviamente non ci sono né stanze, nè mobili; si dorme per terra (su pelli di animali) e si appoggia la testa su un tradizionale oggetto in legno.
Nonostante abbiano mantenuto intatto il loro stile di vita, oggi gli Himba non rifiutano totalmente la modernità, ma hanno imparato a conviverci. Frequentano i supermercati, acquistando soprattutto extension per capelli e piccola bigiotteria per realizzare collane e braccialetti.

Ci piacciono le fotografie, ci piace documentare, ci piace custodire ricordi, ci piace lo scatto perfetto, ma questo non ci dà il diritto di puntare l’obiettivo in faccia alle persone. La bella fotografia racconta qualcosa, esprime un legame con il soggetto; l’immagine rubata non solo è priva di sentimento, ma porta alla mente il comportamento irrispettoso nei confronti della libertà altrui.
Il nostro approccio è sempre quello di entrare in contatto con le persone, ascoltarle, capire, presentarci e alla fine chiedere di scattare qualche fotografia.
Abbiamo imparato dagli errori e gli anni di viaggio ci hanno sensibilizzato sull’argomento.

La visita ad un villaggio Himba è stato un bellissimo scambio culturale; ci hanno spiegato molte cose riguardo la loro cultura e fatto domande sul nostro modo di vivere; perché a volte può essere strano anche il nostro stile di vita, ma non ce ne accorgiamo.
